The dock

Overthinking at its finest


  • Enter the void

  • Perfectly said II

  • (28 settembre)

    Pomeriggio con mio fratello, la tenerezza discreta nel leggerci il dolore negli occhi, ammantandolo di luce, onde, canzoni e battute sceme. E dell’amore silenzioso tra noi.

    In queste ore pregne dell’impotenza delle perdite irrecuperabili mi fanno particolarmente male le perdite che si potrebbero evitare.
    Quelle che non sono morte ma la imitano.
    Quello che non si è lasciato respirare.

    Penso alla convenienza delle riduzioni, ai sabotaggi (in)consapevoli, ai pretesti che si dissolverebbero con la carezza del tempo.

    Penso alle narrative della paura, che alterano, immobilizzano, distorcono, sentenziano, si convincono che non ci sia qualcosa che c’è già, qualcosa che si è già nutrito di sé, sospinto e travolto da connessioni complete che no, non hanno nulla di casuale, nulla di contestuale, nulla di finito e temporaneo.
    Le narrative che contaminano, spezzano e infine prosciugano e inaridiscono ogni cosa.
    Quelle da cui si può solo fuggire.

    Penso a quella fair opportunity che tutte le potenzialità meriterebbero di avere, soprattutto se per le mani c’è qualcosa di delicato ed evidentemente preziosissimo.

    Chi sceglie di perderti non lo fa mai perché è meglio per te.
    Lo fa per preservare la sua narrazione.

    Io lo so che è meglio perdere chi non si rende consapevole del tuo valore e non fa di tutto per tenerti con sé, così come so che è meglio perdere qualcosa che sarebbe irto di difficoltà e ostacoli, ma in questo gioco a perdere io non voglio vincere proprio niente.

    Non esiste convenienza nel sentire, scegliere di amare solo quando è facile è valutazione dell’asset, è una strategia di trading. Non ha nulla a che fare con l’amore.

    So solo che se ci fosse un desiderio pieno di affidarsi, di crederci, di abbandonarsi e precipitare,
    io sceglierei sempre la vita.

  • Neuroplasticità

    Cristo, l’algoritmo mi ha penetrato il cervello.
    Voglio farvi un favore e riassumere per voi le ore di doom scrolling che al momento non riesco a evitare.
    Che mi conforta ma che mi riporta anche nel loop.
    You’re welcome.

     – Il cervello apprende attraverso la ripetizione. È come una radio. Più viene ripetuto un brano, più resta fisso nella mente e più lo diamo per certo e sicuro. Cambiare musica ci appare rischioso per questo: non perché sia brutta, ma perché è nuova. Il cervello tiene di più a ciò che è familiare e meno a ciò che può dare felicità, ma può apprendere nuovi brani e darli per familiari, se ripetuti spesso. I neuroni agiscono in base alla ripetizione ed è questa che può cambiare i pattern della mente.
    – Il cervello è costruito per la sopravvivenza, non per la felicità. È una macchina basata sulla predizione, non sulla verità. Non vede il mondo per come è, ma per come si aspetta di vederlo in base alle esperienze passate e ai pensieri automatici.
    – I pensieri non sono fatti. Si può avere un pensiero senza crederci, obbedirgli o apprezzarlo. Imparare a notare i pensieri senza fondersi con essi è la via per la libertà.
    – La tua zona di comfort è una gabbia. La crescita è vista di default come un disagio. Evitare sempre questo disagio significa evitare le esperienze che rendono la vita degna di essere vissuta.
    – Il comportamento modella le emozioni più di quanto le emozioni modellino il comportamento. Attendere di essere motivati è una trappola. L’azione crea le emozioni che stai aspettando.
    – Più pensi, meno fai. Meno fai, peggio ti senti. Peggio ti senti, più pensi. Meno fai, peggio ti senti. Non importa che sia qualcosa di grande o giusto, ma fai qualcosa per interrompere questo ciclo.

  • Bi Gan, A Short Story (2022)

    Uno dei corti più belli che abbia mai visto

  • A short horror love story

    They weren’t made for instant, superficial dopamine, but he didn’t understand that.
    So he came to the wrong conclusions, killing her, killing them.
    Killing everything.

  • Perfectly said

  • “Soltanto un Sith vive di Assoluti”

    Cosa dice Maestro Yoda?
    Fare o non fare, non c’è provare.
    Luke si volta e Yoda non completa il discorso. Così lo continuo io nella mia testa.
    Noi temiamo gli assoluti. L’idea del fare ci annichilisce con la sua definitività, la sua realtà perentoria. Allora se proprio dobbiamo agire (fare!), scegliamo un concetto meno ardito, quello di provare. Fa meno paura, detto così.
    Ma è solo un trick della mente.
    Provare è già fare. Se stiamo provando, stiamo facendo. Non importa non avere la stessa convinzione del Fare, quella serve a Luke per sollevare l’astronave, ma a noi? A noi basta non restare nell’immobilità, nel non fare. Il non fare che è la morte di ogni cosa ed è meno della più flebile delle forze.
    Stiamo provando? Allora stiamo facendo.
    E del resto:
    “Non posso crederci”
    “Ecco perché hai fallito”.

  • Run!

    Satoshi Kon, psichiatra dell’animazione giapponese, che cosa sei.
    Quanto mi ha commosso il personaggio di Chiyoko, il suo correre alla ricerca della bellezza della ricerca.
    Del motivo che ti spinge sempre un po’ più in là e che ti mantiene vivo.

  • How you make me feel

    The wind lays heavy, it weighs in stone
    My instinct tells me I should walk this path alone
    And you can hope for a life that has come
    But come in time you’re gonna pick up on the feels
    A little heart

    And every time I go bed
    An image of you flickers in my head
    And every time I fall asleep
    An image of you flows in my dream

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